Didattica a distanza e dintorni

By firenzecittaaperta 1 anno ago
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Dal 4 marzo quel mondo vibrante e complesso fatto di relazioni, di scambi di sapere, di produzione di pensiero, di vita palpitante che è il mondo della Scuola è stato improvvisamente sconvolto. Come insegnante che vive la Scuola come spazio gioioso e vitale di condivisione e come dimensione palpitante di impegno civile, di fronte a questo improvviso spegnimento sono rimasta come attonita. Oggi, a cinque settimane dalla chiusura, proverò ad avviare una riflessione, seppur parziale, su ciò che sta accadendo alla Scuola in questo particolare frangente.

La prima considerazione che mi viene da fare è che tutta la discussione intorno alla Scuola in questo momento verte esclusivamente sulla didattica a distanza ed in particolare sulla scarsa preparazione tecnologica del Paese (sia delle scuole sia delle famiglie) per far fronte al nuovo scenario.

La sinistra ha subito messo in luce quanto la didattica a distanza accentui le differenze sociali mettendo in difficoltà in primo luogo bambini/e e ragazzi/e che provengono da contesti svantaggiati. Questo è senz’altro vero, sebbene, volendo essere precisi, quello che incide maggiormente in questo quadro non è tanto il divario economico ma quello culturale che, come sappiamo, non sempre vanno necessariamente di pari passo. Le famiglie di insegnanti, per esempio, per ovvi motivi, sono certamente quelle che in questa situazione meglio hanno saputo riorganizzare e seguire il percorso di apprendimento dei loro figli e figlie.

Ma quello che mi preme di più osservare tocca un altro piano che è stato finora quasi completamente trascurato dal dibattito. Da oltre un mese il mondo della Scuola si è buttato a capofitto in piattaforme mirabolanti e acrobazie digitali di ogni sorta. Insegnanti di tutto il Paese si sono lanciati in uno spasmodico tentativo di ricreare una scuola virtuale che impone di lavorare molto di più per ottenere risultati assai più scarsi.

Molti hanno celebrato tutto ciò come un’occasione straordinaria di innovazione per la Scuola e di svecchiamento epocale della didattica, altri hanno rilevato le falle del sistema imputandole all’inadeguatezza dei mezzi e delle competenze tecnologiche.

Il problema che vorrei porre, però, riguarda i possibili risvolti di questa frenetica corsa digitale che non sta lasciando spazio e tempo ad una riflessione più profonda su quello che stiamo veramente facendo. La mia perplessità come insegnante ha a che vedere con quella che mi pare la perdita di una prospettiva educativa a lungo termine, ci stiamo preoccupando del qui ed ora, di come portare avanti il programma, di come mettere le valutazioni, di come sostenere gli esami di giugno ma ci sta pericolosamente sfuggendo di vista la dimensione culturale-educativa più ampia.

Per tradurre in termini più concreti, mi limito a osservare che negli ultimi anni sono state investite molte risorse e coinvolti molti operatori di vari settori (polizia postale, psicologi, pedagogisti) per sensibilizzare genitori e studenti sui rischi delle nuove tecnologiche e delle dipendenze ad esse connesse; nelle nostre aule abbiamo dedicato ampio spazio alla riflessione intorno a ciò che significa vivere le relazioni filtrate da uno schermo; fra adulti ci siamo interrogati spesso, e con crescente preoccupazione, sul mutamento profondo della modalità di comunicazione adottata dagli adolescenti e sul forte rischio di alienazione che ciò comporta. Abbiamo anche adottato misure sanzionatorie nei confronti di quegli studenti che hanno utilizzato dispositivi elettronici all’interno della scuola.

Adesso di colpo si azzera ogni preoccupazione pedagogica rispetto a tutto ciò e ogni nostro sforzo per proporre alternative allo schermo viene d’improvviso cancellato senza alcun ripensamento: d’un tratto, senza che sfiori in minimo dubbio, diciamo a milioni di studenti – di bambini e di adolescenti – che da oggi la scuola (da quella dell’infanzia a quella superiore) si fa on-line, che la classe diventa virtuale, l’interazione avviene sulle piattaforme, la didattica è smart, la comunicazione passa sulle chat!

Quello che mi domando è se abbiamo valutato attentamente le implicazioni culturali, didattiche, pedagogiche e relazionali di questa strada che è stata imboccata con tanta frenesia. Certamente quel grottesco personaggio ministeriale che vorrebbe farci intendere che tutto questo possa sostituire la scuola “vera” non lo ha fatto.

Non sarà forse il caso di fermarci un po’ a riflettere su quello che sta succedendo, su quello che stiamo facendo e sulla direzione che abbiamo intrapreso senza lasciarci travolgere dall’inutile ansia di spiegare a studenti virtuali la proposizione dichiarativa o la lotta per le investiture nell’Europa medievale?

Mi pare che qualche dubbio su questo sia opportuno e sano porlo.

Debora Picchi

#VisioniPerCambiare

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